Il Mondo Che Verra'



 
ILMONDO CHE VERRÀ


  
Trump e i governatori democratici (da New York alla California) stanno litigando su chi ha il potere di decretare la fase due: è l’ennesima conferma che c’è urgenza di riaprire l’economia. Mentre il Fondo monetario sancisce ufficialmente la recessione globale, questo numero della newsletter voglio dedicarlo integralmente al mondo che verrà. Perché bisogna prepararsi subito alle nuove regole del gioco.
Ricordiamoci questo precedente: l’11 settembre cambiò in modo irreversibile il nostro modo di viaggiare. Trent’anni fa nessuno avrebbe immaginato tutti i controlli di sicurezza, i divieti, la dilatazione dei tempi di attesa prima di imbarcarsi su un aereo. (Ricordiamoci anche questo: 30 anni fa su alcuni aerei era ancora consentito fumare). La pandemia costringerà a cambiamenti ancora più profondi, a cominciare dal modo di lavorare, dal layout fisico degli uffici e delle fabbriche. Investire sulla sicurezza sanitaria diventa uno degli imperativi, su cui avverrà la “selezione della specie”, in una fase in cui la sopravvivenza delle aziende è tutt’altro che scontata.
“The New Normal”, la nuova normalità… sarà tutt’altro che normale, scrive il Wall Street Journal in un’inchiesta dedicata ai preparativi delle aziende americane. Hanno una lunghezza di anticipo quelle che sono presenti sul mercato cinese, e là stanno già vivendo la fase due con tutti gli adattamenti necessari. Un esempio è la Walt Disney, che ha riaperto la Disneyland di Shanghai. Con una serie di accorgimenti per garantire la clientela. I visitatori, come i dipendenti, sono tenuti a indossare mascherine per tutta la durata della loro presenza dentro il recinto Disneyland. Gli orari sono stati accorciati, e il flusso di visitatori viene ridotto per garantire che non ci siano le condizioni di un affollamento. Prima dell’ingresso viene misurata la febbre di ciascuno. Ogni visitatore deve avere un codice QR legato a un social media, dove sono memorizzate le informazioni sanitarie individuali. Se non hai passato il test non entri.
Un altro gruppo americano che ha riaperto le sue filiali in Cina è Starbucks. Il 95% dei suoi bar sono tornati in attività, ma anche Starbucks ha dovuto ridurre gli orari, diminuire i posti a sedere per poterli distanziare. Ha aumentato intensità e frequenza dei lavori di pulizia dei locali, e incoraggia i clienti a portarsi via la consumazione invece di rimanere. Questa e una serie di altre misure a scopo sanitario, verranno trasferite dalla rete cinese di Starbucks alle altre nazioni dove la multinazionale è presente, via via che l’attività ripartirà anche altrove. Il “modello cinese” diventerà il modello globale.
Negli Stati Uniti nessun settore di attività vuole rimanere indietro in questi preparativi. Le catene di ristoranti stanno progettando di riaprire con una capacità ricettiva dimezzata, per avere spazio a sufficienza tra i clienti. Inoltre fra un tavolo e l’altro si pensa a installare delle pareti divisorie, in legno o plexiglass trasparente.
Alcune catene di sale cinematografiche multiplex stanno pianificando di condannare un sedile su due, per distanziare gli spettatori.
Certe catene di negozi stanno progettando di eliminare gli eccessi di manipolazione tattile: le profumerie forse dovranno rinunciare ai flaconi disponibili per chi vuole spruzzarsi un po’ di colonia. Altri negozi dovranno attrezzarsi per disinfettare continuamente gli articoli che vengono presi, toccati e poi rimessi negli scaffali.
American Airlines, una delle maggiori compagnie aeree mondiali, interroga i passeggeri sulle condizioni a cui saranno disposti a volare. Disinfettare le cabine molto di più e più spesso, è essenziale. Ma altre cose dovranno cambiare per garantire distanza fra i passeggeri, per esempio nei momenti di massima promiscuità come imbarco e sbarco. Il cibo nei voli più lunghi potrebbe essere sigillato e ogni passeggero si prenderà la sua confezione nel momento dell’imbarco per ridurre il contatto con l’equipaggio.
Molti gruppi industriali progettano un nuovo layout nelle grandi fabbriche. I turni alternati, gli ingressi scaglionati sono una delle prime misure per evitare assembramenti all’inizio del lavoro.
La Toyota pianifica delle catena di montaggio rallentate, sia per adattare i flussi produttivi a una domanda ridotta, sia per consentire maggiori distanze fra gli operai.
Il gruppo alimentare Tyson installa misuratori di temperatura corporea in appositi scanner d’ingresso alle fabbriche.
Tutte le grandi aziende investono in maschere, tute protettive, guanti, schermi di separazione. Le mense aziendali e i bagni devono essere riorganizzati, prevedendo turni. C’è chi incentiva i dipendenti a consumare il pasto in macchina, nel parcheggio aziendale.
Il campionato di baseball potrebbe tenersi in un’unica sede, monopolizzando un “biodome” in una sede, per esempio a Phoenix in Arizona. Senza pubblico, solo per le dirette tv, le partite si terrebbero a rotazione in quella struttura sportiva, con le squadre “sequestrate” in isolamento e in una situazione di controllo medico permanente.
Ci sono società che già offrono di ridisegnare gli uffici altrui. Il futuro appartiene al “Six Feet Office”, cioè un ufficio progettato per distanziare di sei piedi (circa due metri) un dipendente dall’altro. Tra colleghi dovranno esserci pareti divisorie, magari in materiale trasparente. Ogni scrivania potrebbe essere dotata di una sorta di “tovaglietta assorbente” che fa da ricettacolo di germi e viene buttata ogni sera per usarne una nuova al mattino. Una società specializzata, la Cushman & Wakefield, ha esperienza nella progettazione, affitto e gestione di uffici altrui, sia in Cina che negli Stati Uniti. Avverte che la maggioranza delle imprese non avranno tempo e risorse per pianificare la riorganizzazione degli spazi di lavoro: bisogna dargli soluzioni pronte, chiavi in mano, da adottare rapidamente.
Tutto ciò deve fare riflettere le aziende italiane. Abbiamo un tessuto economico dominato dalle medio-piccole. L’impresa-tipo in Italia non è né Starbucks né Disney. La piccola dimensione può essere un vantaggio in termini di flessibilità. Può essere un handicap se gli adattamenti richiedono investimenti costosi. Ma la sfida va affrontata in fretta. L’infelice frase della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyden, che ha sconsigliato di prenotarsi le vacanze, purtroppo nasconde una dura verità. Ci vorrà tempo perché i turisti – tedeschi o americani o cinesi – si liberino dalle paure del contagio.
Bisognerà rassicurare tutti, perché tornino a spendere come prima, a frequentare negozi e ristoranti e spiagge. Chi darà le garanzie migliori, avrà una lunghezza di vantaggio nella ricostruzione economica post-depressione.

Cit. Ferruccio Crippa


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